Ile de France



domenica, agosto 27, 2006

Per me è impossibile giudicare questo film senza pensare a quello che l’ha preceduto, perchè è stato proprio il film precedente a farmi decidere senza indugi, avendo visto solo il trailer di sfuggita, ad andare al cinema. E’ evidente che questa volta manca qualcosa o per meglio dire qualcuno: l’assenza di Kaufmann si fa incredibilmente sentire, ma cosa resta senza di lui ? Resta una sceneggiatura fin troppo banale ed allungata all’inverosimile. Michel Gondry inserisce tante soluzioni visive e spunti divertenti ma quello che manca davvero è una grande idea di fondo che renda memorabile l’insieme. Altrimenti quello che succede è che una volta assuefatti allo stile immaginifico si viene avvinti dalla noia dovuta alla ripetitività. Una storia d’amore classica in cui due sognatori si ritrovano vicini di casa e iniziano, anzi uno dei due sopratutto, inizia a ricercare l’altra nella vita reale e nei suoi sogni. I sogni sono appunto il punto di forza perchè realizzate con tecniche da bricoleur che non possono che far sorrdere se si pensa all’invasione della CG che viene utilizzata in qualunque produzione. A smorzare l’atmosfera ci sono gli amici e colleghi dei protagonisti: spalle comiche, o meglio volgari; più sbilanciato verso la commedia quindi anche se le battute marcatamente sessuali stonano un po con l’atmosfera poetica e con l’ingenuità di Stephane. Non ci si puó che augurare che i due tornino a lavorare insieme per il prossimo film.


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sabato, agosto 26, 2006

[La seconda parte è infarcita di spoiler: da evitare fino alla visione.]

 

Ci sono pochi autori che in questi ultimi anni abbiano diviso come Shyamalan. In effetti, dopo un esordio in sordina, il regista è stato pebliscitato dal pubblico a partire dal suo terzo film; pubblico che film dopo film gli ha voltato le spalle, forse stufo del suo maledetto twist, fino a omaggiarlo di una complation di pomodori per The Village. Da qui in poi lasceró da parte i primi due film, se per Wide Awake posso  parlarne con cognizione di causa, il suo primo non l’ho visto. Faccio come tutti e dimentico queste sue due opere. Pur avendo tenuto i pomodori con me, senza voler ad arrivare a tali estremi, non posso negare che le sue opere più conosciute siano punti di una parabola discendente. Per sapere se Lady in the Water sia il vertice bisognerà aspettare la sua prossima fatica. Per ora non si puo negare l’evidenza: pur essendo riconoscibilmente un film fatto con le stessi mani è in ugual misura agli antipodi si quello che aveva fatto fino a qui. Per tanti aspetti il film è un punto di rotturaa partire dalla produzione: primo film non targato Disney. Quando i produttori hanno posto dubbi sul copione che avevano in mano, il diplomatico Shyamalan gli ha chiuso la porta in faccia ed è andato a bussare in casa Warner. Warner ben contenta di produrgli il suo primo e sonoro flop. Il film neanche troppo velatamente è un bilancio di questi sette anni di carriera, un bignami istruzioni per l’uso.

 

Partiamo da lui stesso che questa volta si riserva il ruolo per nulla importante di salvatore dell’umanità. Le sue opere saranno la fonte d’ispirazione del nuovo salvatore dell’umanità; i suoi detrattori invece hanno il ruolo di carne da macello. Il perfido critico che distrugge le opere di ogni cineasta ha la scena più squisitamente divertente della pellicola ma al tempo stesso agghiacciante se ci si riflette sopra: chi non lo ama finarà divorato dal male. Per una volta non solo rinuncia al twist finale ma c’è un vero e proprio ribaltamento della prospettiva: tutto il copine è sotto gli occhi dello spettatore ancora prima che il film cominci. Steso il copione si assiste all’assegnazione dei ruoli ancora una volta entrando nel meccanismo di film sulla maniera di fare film.

 

Non si chiudono gli occhi sulle imperfezioni ma neppure si resta indifferenti a questa fiaba semplice e magica, orchestrata e recitata senza sbavature o incertezze.


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giovedì, agosto 24, 2006


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domenica, agosto 20, 2006

Dutante il film lo spettatore tipo si pone in maniera alternata e bilanciata le seguenti domande : “Quando inizia il vero film ?” e “Quando finisce il film?”. Se da una parte sembra di assister ad un lungo teaser da serie tv e ci si domanda se sarà la volta buona per la vera stroria, dall’altra il film pecca come il primo di voler troppo sfribbracciare ogni situazione ed ogni gag finendo cosi per annoiare e stancare. Si puó aggiunger altro? Forse che il film non aggiunge nulla al primo ed è tutto proteso al terzo senza grande ragione di esistere, ci si diverte ma ai titoli di coda si è gia dimenticato tutto, ma forse chiedere qualcosa in più è chiedere troppo.


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domenica, agosto 13, 2006

Lucas Belvaux è autore di una triologia, apprezzata dalla critica, che data 2001; trilogia bizzarra in cui ogni film è di un genere diverso ed i protagonisti di ognuno compaiono di sfuggita negli altri due. Trilogia che ancora aspetto di vedere per farmene una vera opinione. A più di quattro anni di distanza firma una pellicola discontinua: prima parte film di denuncia sociale, seconda metà polar standardizzato ed un debole collante che cerca di fare star insieme il tutto. Belgio e più precisamente Liegi; i protagonisti della storia sono tre amici, disoccupati. Da una parte un wannabe insiegnante che non è in grado di sopperire ai bisogni della famiglia e che non vuole accettare gli aiuti dell’onnipresente suocero; dall’altra suoi compagni di poker, du ex-operai di una ditta di metallurgia, piazzati in una casa popolare alla chiusura della ditta in cui hanno passato la loro vita. Estrema desolazione, insiste su questo per raccontarci le loro vite che hanno come unico motore il sogno della vincita al Lotto. A fornire nuovo carburante è un ex-galeotto che indirettamente fornisce l’idea del colpo, rubare a chi sta smaltendo i metalli dell’ex metallurgia. La critica sociale rappresenta il punto di forza del film, per quanto poco sviluppata; lo spettatore sente sulla propria pelle il senso di sgradevolezza e di soffocamento che i protagonisti sono obbligati a vivere. Un vero peccato che quando ci si affeziona ai personaggi il film scivola nell’insipido e nello scontato con lungo e prevedibile finale in cui il regista colto da manie di protagonisto leva lo spazio a tutti.


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