Ile de France



venerdì, luglio 14, 2006

Origine non brilla certo per originalità. Da decenni i giapponesi sono affascinati da soggetti ecologisti, scenari apocalittici e mondi postatomici. Tanti manga e anime sono stati prodotti sul tema con varietà di generi e riflessioni; tutto per dire che Origine arriva, appunto, fuori tempo massimo e purtroppo non riesce ad aggiungere nulla di nuovo. Prevedibili sono anche gli altri snodi classici della storia: morti instantanee, gelosie fanciullesche, amori puri e sinceri ed un finale a sushi e ramen denucleizzato. Non si puó non pensare a Nausiaa e chiudere gli occhi sull’assenza totale di poesia. Resterà un’animazione accattivante, chiudendendo entrambi gli occhi sui plasticosi veicoli 3D ancora più fuori luogo che in altre produzioni, ma che non salva il film dalla noia e dalla stucchevole sensazione di minestrone riscaldato.


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giovedì, luglio 13, 2006

Per la prima volta con grande vergogna non posso parlare malissimo di un film Dreamworks ma devo limitarmi a parlarne male. Over The Edge non è citazionistico, videoclipparo, fastidioso, mal animato e frustrante come il resto ma si limita ad essere infantile, risibile, superficiale e banalmente inutile. Il film non si preoccupa per nulla di raccontare una storia ma si limita a collegare le scene centrate sull’appel dei protagonisti. Come al solito i geniacci Dreamworks riescono a presentare unicamente personaggi bidimensionali che ripetono la stessa battuta alla noia con l’aggiunta qui di due macchiette umane, animate come la Pixar faceva prima di Luxo Jr. Piccoli sketch, risate poche e grossolane da short Disney; che appunto Disney faceva scaturire almeno una cinquantina d’anni fa con gli stessi oliati meccanismi. Ci viene per la prima volta risparmiato mezzo film rifatto con altri mille film della MtvGeneretion. Non ci viene purtroppo risparmiata la facile moralina. Se in Madascar ci facevano partecipi del fatto che mangiare carne animale è un abominio al contrario mangiare il pesce è un po come mangiare i germogli di soia, questa voltra ci tocca sentire che gli uomini sono degli spreconi. Fannno montagne di rifiuti e gettano nella pattumiera la metà del cibo che acquistano. Iniziano anche un discorso sul mangiare bio contrapposto a quello tradizionale ma poi non sono capaci di portarlo avanti dopo una mezza scenetta. Per la prima volta esco dal cinema ancora coi pomodori ma sia ben chiaro che prima che la Dreamwork possa arrivare al più orribile dei Pixar dovranno ancora passare un paio di secoli.


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martedì, luglio 11, 2006

Nuda e cruda come la peggior realtà, cosi Xavier Beauvois racconta la vita di un commissariato di polizia della capitale francese. Nulla è lasciato al caso; per sua stessa ammissione alla base della pellicola una ricerca sul campo, una collaborazione anche in fase di sceneggiatura con polizziotti veri per non snaturare né romanzare la storia. Esclusa qualche concessione sul finale ma tutto rimane verosimile aiutato anche dalla fotografia non filtrata, le immagine restano cosi con colori naturali. Al centro della storia due figure a confronto. Da una parte il novello tenente che arriva dalla campagna pieno di speranze ed ambizione, dall’altro il comandante, impersonato dalla magnifica Baye, rassegnato e deluso dalla vita in generale. Le scene iniziali a Paris sono emblematiche in tal senso. Eccitazione sugli occhi di Antoine quando guarda la metropoli che si estende ai suoi piedi dalla Tour Montparnasse. All’opposto il comandate che si sveglia nella solitudine della sua enorme casa e che lancia alla Paris mattutina uno sguardo distratto che riflette unicamente un asfittico grigiore. Contrasto che sottolinea il reale divario francese tra la provincia e la capitale. Nonostante il tema sia più che abusato Beauvois lo inserisce in un contesto originale non limandosi a riflessioni di livello zero ma arricchisce e aggiorna il tema con la sua sensibilità. Il nuovo tenente vede nel capitano una summa delle figure femminili della sua vita. Al tempo stesso madre, che lo guida e consiglia, e moglie, emblematica la complicità nella scena al parco.  Dall’altra parte una madre che ritrova il figlio che ha perduto troppo presto, il dolore di una ferita che non si è mai rimarginata e la sofferenza ha stemperata nell’alcool. L’evulozione del loro rapporto è l’ossatura del film ma a rafforzareil tessuto narritivo ci sono gli altri personaggi: i colleghi tutti ben caratterizzati e i senzatetto interpretati da veri senzatetto. La ricchezza dell’opera sta proprio nei temi abbordati anche unicamente superficialmente cito solo il discorso sul razzismo per i poliziotti figli di stanieri e cresciuti nella banlieu della capitale. Molte le scene indimenticabili. Nathalie Baye seduta in bar di terz’ordine, versione moderna de L’assenzio. Il finale sulla spiaggia quegli occhi ancora più tristi, se mai fosse possibile, che pugnalano lo spettatore legame diretto a I 400 colpi. Per quanto sulla carta Le petit lieutenant possa sembrare semplice cela in realtà un’opera complessa e matura che non esaurisce gli spunti di riflessione alla prima visione.


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sabato, luglio 08, 2006

Due attori. Due personaggi. Un uomo. Una donna. Il bene. Il male. Film senza soggetto. Intrigo esiguo. In una tranquilla Lille, città del nord-est francese molto più vicina alle atmosfere del vicino Belgio piuttosto che a quelle della capitale, si aggira un serial killer che stermina povere donne sole ed indifese ma giovani e belle. Non sarà forse chi in maniera piuttosto prevedibile immaginiamo che sia! Di nuovo un film che si puo raccontare in un soffio e che ogni critico ha rovinato, buttando in faccia ai lettori ogni snodo. Tolto questo? Tolto questo resta poco, per non dire nulla, dialoghi banalmente noioso che non risvegliano l’attenzione dell’intorpidito pubblico. Nulla di memorabile. Nulla di fastidioso. Un film adatto alla visione mentre si stira, il tempo di qualche camicia e lo riponi nell’armadio coi capi stirati dimenticando che esista. Un mediometraggio mancato.


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mercoledì, luglio 05, 2006

Au milieu des années 80’ le réalisateur du film vit la séparation de ses parents, presque vingt ans après il la raconte au monde entier. Le conflit des parents qui cherchent au moins d’avoir un des deux fils de leur coté, avec moyens plus ou moins autorisés, lié indissolublement les personnages de l’histoire. Un film difficile à raconter parce il n’est fait que de gestes, morceau de phrases, scène et notes, comme la majeur partie de film personnels. En dire plus ne pourrait que gâcher ceux que le réalisateur a mis en verses. Quant à il puisse être centrée sur Noah/Walt, chaque personnage est vécu jusqu’au bout, chaque personnage a ses émotions à nous transmettre, chacun ses faiblesses. The squid and the whale est surtout un film capable de t’impliquer dans sa poésie, moins raffinée par rapport à celle de Malick mais également profonde pour sa naïve spontanéité.


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