Ile de France



mercoledì, giugno 21, 2006

Venti arrondissement(s) diciotto cortometraggi, non chiedetemi chi sono gli esclusi io mi accontento del fatto che quello dove abito io c’è. Una ventina di registi, un paio hanno lavorato in coppia, qualche attore famoso che magari non pronuncia una parola. Una Paris da turista e l’amore, quasi sempre di coppia al centro di ogni corto. Com’è prevedibile operazione commerciale riuscita a sprazzi con due portate sopraffine, una serie di piatti insipidi e un vomitevole saccetto di pattumiera. In ordine sparso i premi assegnati alla pellicola:
Gli Indispensabili
I fratelli Coen: piccolo gioiello grazie a Buscemi; la metro un turista, una guida turistica e l’ironia.
Sylvain Chomet: stessa atmosfera dei suoi film d’animazione (Gli attori sono trattati come dei cartoon); umorismo e poesia.
Alexander Payne: perfetta conclusione ancora equilibrio tra sorriso ed emozione, ancora turisti ed ancora americani. Si spera non venga doppiata il loro accento quando parlano francese è sublime.
I Trasparenti
Van Sant: due froci il Marais l’arte, chiudi gli occhi e non sentirai nulla.
Natali una vampirizazione con sangue digitale.
Gli Inenarrabili
Un direttore della fotografia: un anziano e una parrucchiera giapposese, ironia e ritmo da spot Garnier forfora compresa.
Gli “abbozziamo un sorriso giusto per educazione”
Isabelle Coixet e Anfolso Cuaron.
I “la moreletta facile”.
Quais de Seine: bigino ridondante sul velo e il mondo arabo.
I “non citiamoli che ce li siamo già scordati”
I restanti X cortometraggi.
Premio l’avrebbe potuta ambientare ovunque e Premio non distogliamo lo sguardo se no è già finito: Walter Salles
Premio cast sbagliato Tom Tykwer.
Premio miglior acconciatura maschile: Gaspard “L’ultimo film di Jeunet” Ulliel frangetta e gel.
Molti registi forse hanno trovato limitante l’esigua durata, alyri l’hanno sfruttata per farne un delizioso quadretto ma nell’insieme non si arriva alla sufficienza.

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martedì, giugno 20, 2006

Non avrei scommesso mezzo centesimo su quelle macchine con gli occhi, già non le detestavo da bambino nei vecchi short Disney dei bei tempi, ed invece. Invece Cars ed un altro bersaglio centrato dalla Pixar. Chiariamo subito che chi si aspettasse qualcosa in più forse dovra ripassare all’appuntamento con Ratatouille. Lasseter non è stato capace di inserire la fatidica quinta marcia. Tolto il piccolo sassolino dalla scarpa Cars è un film stupefacente. La regia della corsa che apre la pellicola è qualcosa di mai visto in un film d’animazione, perfetta e sublime. Vetta che viene raggiunta anche nel finale. In mezzo una storia classica che rimescola i valori cari al demiurgo Pixar: amicizia e spirito di gruppo in primis. Anche i protagonisti sono quanto di più classico ci si possa aspettare: il protagonista pieno di sé che imparerà ad amare, il vecchio giocatore con una ferita ancora da rimarginare. Si lascia un po da parte l’ironia delle prime opere Pixar buttandosi sui buoni sentimenti tanto cari alla Disney, e la straordinaria bravura di Lasseter viene proprio dalla capacità di raccontare una storia classica coinvolgendoci come fosse la prima volta.


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giovedì, giugno 15, 2006

Chi malsopporta lo spocchioso Soderbergh si astenga Keane non poteva che essere prodotto da lui. Camera a mano immagini non filtrate, un’ora e mezza attaccati alla nuca di Mr Keane. E cosa capiamo, poco davvero poco. Sarà davvero un Rainman vent’anni dopo? Davvero suo figlia è stata rapita per colpa sua, quell’articolo di giornale parla di lui o di qualcun’altro? Quanto di quello che si vede è proiezione mentale quanto cruda realtà. Forse l’aspetto più interessante è il racconto della sua paternità negata. Ci sono tanti spunti in questa direzione: il suo rapportocon Kira costituisce il vero punto di forza. La scena in cui la spia la decisione finale che prende, ogni inquadratura stimola reflessioni personali sul tema anche in maniera lato sulla maniera di rapportarsi ai bambini. Manca pero una sorta di continuità, la scena dell’amplesso in discoteca è forzata e inutile, non aggiunge nulla al complesso Mr Keane. Per quanto imperfetto possa essere almeno non lascia indifferenti.


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lunedì, giugno 05, 2006

 Avrei tanto voluto rientrare a casa per scrivere di aver visto The Host ieri sera; bullarmene un po con tutti i coreanbloggers che han la bava alla bocca da settimane. Invece la Quinzaine de Realisateur te la passano in un infimo cinemino a Clichy, i biglietti non li puoi avere in prevendita e quando arrivi sul posto il cinema è pieno di orientali festanti che hannno comprato tutti esaurito la sala a più di un ora dalla proiezione. Non ti puoi neppure consolare pensando che almeno vedrai Ocelot perchè quello lo passano si, due volte ma non più tardi delle quindici di due giorni lavorativi. Ed allora cosa mi resta se non scrivere due righe su Il Camaino nonostante del film mi sia rimasto un ricordo fumuso? Un film di cui hanno scritto più o meno tutti le stesse riflessioni e su cui tutti la pensano alla stessa maniera. Un po mi dissocio. Sottolineo quello che mi ha colpito: l’inizio e la chiusa, due scene agli antipodi. Il film si apre in maniera giocosa con una parodia di un certo tipo di cinema italiano, supportato per una volta tanto da una recitazione, cosa rara per le opere italiane. D’altro canto la chiusura è nera come la pece, un film che purtroppo è una triste realtà. Ed in mezzo cosa c’è? Una storia sul divorzio discretamente banalotta e senza spunti originali. Molti elementi sono appiccicati un po a caso come l’omossessualità di uno dei protagonisti; senza contare che le riflessioni su B., che tanto scandalo hanno dato, sono sprecate in un film del genere, più efficaci scontestualizzate e riportate su carta oppure in un documentario. Insomma forse dovevo rispettare la sacra tradizione di non più di un film italiano all’anno e starmene a casa.


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